società

Scade il 15 giugno il termine per richiedere il credito d’ imposta a copertura delle spese di costituzione o trasformazione in Società Benefit previsto dal c.d. Decreto Rilancio.

Introdotte in Italia dalla Legge 28 dicembre 2015 n. 208 (c.d. Legge di Stabilità 2016), le c.d. Società Benefit (SB) rappresentano l’evoluzione del tradizionale concetto di azienda in quanto perseguono, oltre al profitto dei soci, anche una o più finalità di beneficio comune di carattere ambientale e/o sociale.

In particolare, a norma dell’art. 1 comma 377 l. n. 208/2015, possono costituirsi e/o assumere successivamente la qualifica di Società Benefit – mediante apposita modifica dell’atto costitutivo e/o dello statuto secondo le disposizioni proprie di ciascun tipo societario – tutte le società di cui al libro V, titoli V e VI, del Codice Civile, eccezion fatta per le S.r.l. semplificate costituitesi ai sensi dell’art. 2463 bis c.c.

Fermo restando quanto generalmente previsto nel Codice Civile, la società che intende assumere la qualifica di Società Benefit deve necessariamente indicare, nell’ambito del proprio oggetto sociale le finalità specifiche di beneficio comune che intende perseguire sebbene l’individuazione del c.d. scopo benefit sia rimessa all’arbitrio dei soci, il comma 378 lett. a) dell’art. 1 l. n. 208/2015 precisa che il “beneficio comune” deve in ogni caso sostanziarsi nel perseguimento di uno o più effetti positivi o nella riduzione degli effetti negativi per le categorie interessate direttamente e/o indirettamente dall’attività sociale. In quest’ottica, secondo il disposto dell’art. 1 comma 380 n. 208/2015, la Società Benefit deve essere amministrata “in modo da bilanciare l’interesse dei soci, il perseguimento delle finalità di beneficio comune e gli interessi delle categorie indicate nel comma 376” ovvero persone, comunità, territori, ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse portatori di interesse sui quali l’attività sociale può avere un impatto.

L’organo amministrativo individua il soggetto responsabile a cui affidare funzioni e compiti volti al perseguimento delle finalità di beneficio comune (c.d. benefit officer); l’inosservanza degli obblighi di gestione gravanti su tale soggetto può costituire un inadempimento rilevante in tema di responsabilità.

La Società Benefit è tenuta, poi, a redigere con cadenza annuale una relazione (c.d. di impatto), da allegare al bilancio avente ad oggetto la descrizione degli obiettivi e dei risultati ottenuti nonché degli obiettivi futuri.

Tale relazione consente agli stakeholders e agli organi preposti alle funzioni di controllo ( che nelle società SB vedono ampliate le proprie funzioni e le responsabilità anche in relazione al perseguimento di bilanciamento tra l’interesse dei soci e gli interessi delle categorie coinvolte) di monitorare l’andamento della società nel perseguimento delle finalità di beneficio comune individuate dallo statuto.

Con la grave crisi economica innescata dalla pandemia da Covid-19, si è assistito in Italia ad un significativo aumento delle imprese che hanno scelto di operare o di costituirsi nella forma di una SB. Una delle possibili ragioni alla base di tale successo, potrebbe essere quanto previsto dall’Art. 38 del D.L. n. 34 del 19 maggio 2020 (c.d. Decreto Rilancio) che, nell’ottica di sostenere il rafforzamento del sistema delle SB sul territorio nazionale, ha previsto un contributo sotto forma di credito d’imposta nella misura del 50 % dei costi di costituzione o trasformazione in SB, sostenuti dal 19 luglio 2020 fino al 31 dicembre 2021 ( entro il limite massino di euro diecimila).

Il comma 2-bis dell’art de quo ricomprende tra i suddetti costi:

(i) quelli notarili e di iscrizione nel registro delle imprese

(ii) le spese inerenti l’assistenza professionale e la consulenza sostenute e direttamente destinate alla costituzione o alla trasformazione in SB.

Possono beneficiare della suddetta agevolazione le imprese, di qualunque dimensione, che alla data della presentazione della istanza:

  •  sono costituite, regolarmente iscritte e “attive” al Registro delle imprese;
  • hanno sostenuto spese per la costituzione ovvero per la trasformazione in società benefit tra il 19 luglio 2020 al 31 dicembre 2021;
  • svolgono un’attività economica in Italia disponendo di una sede principale o secondaria;
  • si trovano nel pieno e libero esercizio dei propri diritti e non sono in liquidazione volontaria o sottoposte a procedure concorsuali;
  • non rientrano tra i soggetti nei cui confronti sia stata applicata la sanzione interdittiva di cui all’articolo 9, comma 2, lettera d), del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 e successive modificazioni e integrazioni.

Le imprese intendano fruire di tale agevolazione fiscale hanno tempo fino alle ore 12:00 del 15 giugno 2022 per presentare l’istanza resa disponibile sul sito www.mise.gov.it.

welfare

Con la risposta ed interpello n. 265 del 2022 l’Agenzia delle Entrate ha chiarito la necessità del raggiungimento di risultati a livello aziendale per poter erogare il premio di risultato

Il Premio di Risultato (detto anche Premio di Produzione) rappresenta la quota aggiuntiva alla retribuzione che viene riconosciuta ai dipendenti al raggiungimento di incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione. 

L’art. 1, commi da 182 a 189, della L. 28 dicembre 2015, n. 208 (legge di Stabilità 2016) ha previsto, a partire dal periodo di imposta 2016, per il lavoratore la possibilità di poter scegliere alternativamente tra vari trattamenti fiscali agevolati. 

  • Una prima modalità di tassazione agevolata consiste nella possibilità per il lavoratore di ricevere il premio in busta paga, di optare per una tassazione agevolata del 10% purché il premio non ecceda €. 3.000 lordi annui e il reddito da lavoro dipendente dell’anno precedente non superi €. 80.000 
  • Il lavoratore ha altrimenti la facoltà di scegliere che il premio venga, qualora espressamente previsto all’interno dell’accordo negoziale (parzialmente o totalmente) convertito in prestazioni di welfare. In tale ipotesi, l’importo non è soggetto ad alcuna tassazione od onere contributivo, né per il dipendente, né per l’azienda. Tuttavia, anche in questo caso è necessario rispettare i limiti di €. 3.000 e €. 80.000 appena analizzati, unicamente superabili ove il dipendente opti per particolari forme di welfare quali l’assistenza sanitaria integrativa e la previdenza complementare.  
  • Infine, è prevista anche un’altra forma di welfare che offre il vantaggio della detassazione totale ma senza le limitazioni viste fin qui: si tratta del Welfare Puro, detto anche Welfare Premiale (o On Top). L’azienda, al raggiungimento di obiettivi prefissati, offre beni, opere o servizi di welfare a tutti o a specifiche categorie di lavoratori in aggiunta (ovvero On Top) alla normale retribuzione. Questo avviene senza la necessità di un accordo territoriale o sindacale di 2⁰ livello (come nei due casi precedenti). 

Al riguardo, nella risposta ad interpello n. 265 del 2022 viene analizzato il caso di un gruppo internazionale guidato da una società capogruppo di diritto inglese, la quale intendeva siglare un accordo integrativo aziendale con le rappresentanze sindacali nell’ambito dei gruppi aziendali, finalizzato all’attribuzione di un premio di risultato per tutti i dipendenti, ricorrendo il raggiungimento di semplici risultati di gruppo e non aziendali.  

Secondo quanto affermato dalla Agenzia delle Entrate, il premio di risultato può essere attribuito e quindi detassato solo se l’incremento di produttività sia stato raggiunto dalla singola azienda, non rilevando il raggiungimento di obiettivi di gruppo 

Ed invero, l’Amministrazione Finanziaria sottolinea come, anche nel caso in cui la contrattazione aziendale preveda l’erogazione del premio, al fine di convertirlo in welfare e conseguentemente detassarlo, solo a condizione di un eventuale raggiungimento di un risultato di gruppo (“obiettivo cancello”), l’incremento di produttività debba comunque essere necessariamente realizzato dalla singola unità aziendale.  

Inoltre, l’Amministrazione Finanziaria rileva come risulti necessario che i criteri e le modalità di attribuzione del premio di risultato siano definiti puntualmente all’interno di un contratto aziendale, garantendo alle parti di poter regolare in maniera condivisa i diversi profili relativi al rapporto di lavoro. Infine, si precisa che laddove dovesse mancare anche solo uno dei requisiti, (l’incremento di produttività della singola azienda ovvero il contratto aziendale che recepisca espressamente l’accordo) il premio aziendale non potrebbe essere né erogato, né pertanto convertito in welfare.

esterometro

Dal 1° luglio 2022, con l’abolizione dell’esterometro, tutti i dati relativi alle operazioni transfrontaliere dovranno transitare dal Sistema di Interscambio

Una delle tante novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2021, modificando l’art. 1 comma 3 e comma 3 bis del D. Lgs. n. 127/2015, è rappresentata dall’impiego, a partire dal 1° luglio 2022, di un unico canale di trasmissione telematico per inviare non solo le fatture elettroniche, ma anche i dati delle operazioni con l’estero, eliminando in tal modo l’obbligo comunicativo specificamente previsto per le operazioni transfrontaliere (cd. esterometro).

Pertanto, a partire da tale data, la trasmissione dei dati della fattura elettronica tramite il Sistema di Interscambio (SDI), già obbligatoria in Italia, diventerà necessaria anche per le fatture attive relative a operazioni transfrontaliere di:

· cessioni di beni;

· prestazioni di servizi effettuate (e ricevute) nei confronti di soggetti al di fuori del territorio dello Stato.

Inoltre, per quanto riguarda le fatture passive ricevute in modalità analogica dai fornitori esteri, il cliente italiano dovrà generare un documento elettronico di tipo “TD17”, “TD18” e “TD19”, da trasmettere al Sistema di Interscambio.

È opportuno ricordare che l’art. 1, comma 3 del D. Lgs. 5 agosto 2015, n. 127, stabiliva, al fine di razionalizzare il procedimento di fatturazione e registrazione, per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate tra soggetti residenti o stabiliti nel territorio dello Stato, e per le relative variazioni, la necessità di emettere esclusivamente fatture elettroniche utilizzando il Sistema di Interscambio.

Tuttavia, sebbene il suddetto comma 3 nella sua versione originaria prevedesse alcune specifiche categorie di soggetti esonerate dall’osservanza della medesima disposizione, con l’entrata in vigore del decreto PNRR 2 (D. L. n. 36/2022) risultano essere obbligati dall’obbligo di fatturazione elettronica:

· i soggetti rientranti nel “regime di vantaggio” di cui all’art. 27, commi 1 e 2, del D. L. 6 luglio 2011, n. 98;

· i soggetti rientranti nel regime forfettario, di cui all’art. 1, commi da 54 a 89, della L. 23 dicembre 2014, n. 190;

· i soggetti passivi che hanno esercitato l’opzione di cui agli artt. 1 e 2 della L. 16 dicembre 1991, n. 398, e che nel periodo d’imposta precedente hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo non superiore ad euro 65.000.

Più nello specifico, per queste categorie di contribuenti l’emissione della fattura in formato elettronico diventa obbligatoria:

· dal 1° luglio 2022 a condizione che i ricavi o compensi, ragguagliati ad anno, conseguiti nell’anno precedente, siano superiori a 25.000 euro;

· dal 1° gennaio 2024, invece, la fatturazione elettronica sarà obbligatoria anche per i restanti soggetti, cioè quelli che, nell’anno precedente, non hanno superato la soglia di 25.000 euro di ricavi o compensi.

Bisogna precisare come, per emettere le fatture elettroniche non è sufficiente soltanto creare fattura cartacea o in PDF e successivamente spedirla al cliente.

Infatti, risulta necessaria non solo la produzione di una fattura in formato XML, ma anche l’invio della stessa al Sistema di Interscambio – SDI. Attraverso questo sistema saranno effettuati i controlli sul documento e, laddove superati, la fattura sarà consegnata al destinatario a seconda dell’indirizzo telematico – indirizzo PEC o Codice Destinatario – specificato all’interno della fattura.

Il servizio di conservazione sostitutiva delle fatture elettroniche, fornito da operatori privati certificati facilmente individuabili in internet, è di 10 anni.

Si tratta di una speciale procedura di archiviazione che, attraverso l’apposizione di una marca temporale e della firma digitale, contribuisce ad assicurare non solo che l’identità di colui che emette fattura sia nota e accertata, ma anche che i documenti conservino inalterato il loro valore fiscale nel tempo.

tax4

La circolare n. 14/E del 17 maggio 2022 fornisce importanti chiarimenti in materia di credito d’imposta per investimenti in beni strumentali propri

Con la circolare n. 14/E del 17 maggio 2022 l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato un ampio commento alle novità fiscali introdotte dalla L. 30 dicembre 2021, n. 234 (Legge di bilancio 2022) con particolare riguardo ai crediti d’imposta. L’Amministrazione Finanziaria si è concentrata sul credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi.  

Questo credito può essere usufruito da tutte le imprese residenti nel territorio dello Stato, incluse le stabili organizzazioni di soggetti non residenti, indipendentemente dalla natura giuridica, dal settore economico di appartenenza, dalla dimensione, dal regime contabile e dal  

sistema di determinazione del reddito ai fini fiscali. 

In tale ambito viene sottolineato che il comma 44 della legge di bilancio 2022 proroga e rimodula la disciplina del credito d’imposta per gli investimenti in beni strumentali nuovi, limitatamente ai beni materiali e immateriali funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale delle imprese, secondo il modello “Industria 4.0”.   

Il principale chiarimento consiste nel fatto che il massimale di spesa per il tax credit sugli investimenti 4.0 del triennio 2023-2025 si dovrà calcolare su base annuale.  

Più nello specifico, il tetto per i crediti d’imposta per gli acquisti di beni strumentali, che dal tenore letterale delle norme contenute all’interno della legge 30 dicembre 2021, n. 234 sembrerebbe essere limitato a un massimale di 20 milioni di euro per l’intero triennio, viene invece interpretato dall’Amministrazione Finanziaria come tetto annuale.  

Pertanto, i contribuenti avranno a disposizione un credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali non limitato ad un tetto massimo di 20 milioni di euro per l’intero triennio, bensì pari ad un massimo della suddetta cifra per ogni singolo anno che costituisce il triennio di riferimento, per un totale di 60 milioni di euro.  

La stessa Agenzia dell’Entrate illustra l’applicazione di questa interpretazione “estensiva”, contrastante con il dato letterale della norma, specificando come la circolare in esame fornisca dei chiarimenti che “tengono conto della documentazione relativa ai lavori parlamentari, con particolare riguardo alle relazioni illustrativa e tecnica e ai Dossier della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica”.  

Infatti, è proprio all’interno dei documenti preparatori che appare evidente la volontà del legislatore di considerare quel limite per ciascuno degli anni che compongono il triennio di validità della misura. 

È necessario specificare come non subiscono modifiche di alcun tipo le altre previsioni circa le modalità di utilizzo del credito d’imposta in esame, per le quali continuano a trovare applicazione le indicazioni contenute all’interno della circolare n. 19/E del 2021.  

Il contribuente può, quindi, scegliere di utilizzare il credito direttamente in sede di dichiarazione annuale dei redditi, a partire da quella relativa al periodo d’imposta in cui le minusvalenze, perdite e differenziali negativi si considerano realizzati ovvero in compensazione mediante il modello F24, ai sensi dell’articolo 17 del D. Lgs. 9 luglio 1997, n. 241.  

Tuttavia, l’Agenzia delle Entrate non chiarisce se questa tripartizione riguardante il computo annuale del plafond fino al 2023 debba estendere il proprio campo di applicazione anche a quanto stabilito dal Dl. n. 4 del 2022, dove il legislatore prevede la possibilità di usufruire di un nuovo scaglione di spesa, sempre all’interno del medesimo triennio, compreso trai 10 e i 50 milioni di euro, riguardante investimenti con obiettivi di transizione ecologica da determinare con un futuro decreto ministeriale. 

tax3

Cambiano i termini per pagare gli avvisi bonari inviati dall’Agenzia delle Entrate: fino al prossimo 31 agosto il contribuente avrà a disposizione 60 giorni di tempo, invece dei canonici 30

Con un emendamento al disegno di legge di conversione del decreto Ucraina (D. l. n. 21/2022), approvato in data 9 maggio 2022 dalla Commissione Finanza e Industria del Senato, si stabilisce che per gli avvisi bonari emessi sino al 31 agosto 2022 sono previsti 60 giorni per effettuare il pagamento del dovuto, evitando così l’iscrizione al ruolo.  

Tuttavia, dal 1° settembre 2022, salvo interventi successivi, tornerà operativo il termine di pagamento ordinario pari a 30 giorni. In tal modo, il legislatore modifica fino ad agosto il termine di 30 giorni previsto dall’art. 2, comma 2, D. Lgs. n. 42/1997. Gli avvisi bonari di cui all’art. 36-bis del D.P.R. n. 600/1973 consistono nelle comunicazioni effettuate dall’Agenzia delle Entrate entro l’inizio del periodo di presentazione delle dichiarazioni relative all’anno successivo, con cui si informa il contribuente dello svolgimento di “controlli automatici”, cioè caratterizzati da procedure automatizzate, su tutte le dichiarazioni da lui presentate, finalizzata a rinvenire eventuali inesattezze, derivanti dal confronto dei dati in possesso dell’Amministrazione Finanziaria con la dichiarazione stessa.  

La ratio della disposizione è quella di assicurare il tempo necessario alle famiglie ed alle imprese per versare le somme dovute – in seguito ai controlli automatici – tenendo in considerazione gli effetti negativi determinati dalla pandemia, nonché delle ripercussioni economiche e produttive del conflitto bellico in Ucraina. 

È bene precisare che entro 30 giorni dalla ricezione dell’atto è possibile presentare all’Amministrazione Finanziaria i dati o gli elementi non considerati o erroneamente valutati in fase di liquidazione, ai fini della riduzione della pretesa. 

Tuttavia, bisogna sottolineare come la misura introdotta dall’emendamento del D.L. n. 21/2022 non preveda alcuna proroga del termine per le rateizzazioni delle somme derivanti dai controlli automatizzati.  

Infatti, la norma non prevede il coordinamento con l’articolo 3-bis comma 3 del D. Lgs. n. 462 del 1997. Questa disposizione permette al contribuente di rateizzare le somme dovute in massimo 8 rate trimestrali, di pari importo, ovvero – per importi superiori a 5.000 euro – in un numero massimo di 20 rate trimestrali di pari importo.  

La prima rata dovrà essere corrisposta entro il termine di 30 giorni dal ricevimento della comunicazione. Il mancato pagamento della prima rata ovvero di una delle altre rate comporta la decadenza dal beneficio della rateazione e l’iscrizione a ruolo dei residui importi dovuti a titolo di imposta, interessi e sanzioni in misura piena. La decadenza dal piano rateale è però esclusa (art. 15-ter, D.P.R. 602/1973) in caso di lieve inadempimento dovuto a: 

  • insufficiente versamento della rata, per una frazione non superiore al 3% e, in ogni caso, a 10.000 euro; 
  • tardivo versamento della prima rata, non superiore a sette giorni. 

Tuttavia, il termine di saldo della prima rata, senza le necessarie modifiche, resterebbe di 30 giorni dalla ricezione dell’atto.  

Occorre osservare tuttavia che in tal modo si genererebbe inevitabilmente una differenziazione sulle tempistiche di versamento. Infatti, senza la necessaria correzione i termini di pagamento dello stesso atto diverrebbero differenziati:  

  • 60 giorni nel caso in cui in unica soluzione; 
  • 30 giorni, la prima rata, in caso di dilazione. È auspicabile quindi un livellamento dei termini, riconoscendo una maggior estensione temporale sia nell’ipotesi del pagamento in un’unica soluzione che nel caso della rateazione. 

Dunque, per il contribuente sussiste la possibilità di mantenere la forma della rateizzazione, perdendo però la possibilità di beneficiare della proroga di 60 giorni. 

pandemia

Con il decreto dell’11 dicembre 2021 del MEF sono state affrontate varie questioni relative al tema degli aiuti di stato concessi durante il periodo dell’emergenza pandemica

L’approvazione, ormai prossima, da parte dell’Agenzia delle Entrate dell’autodichiarazione degli Aiuti di Stato fruiti durante l’emergenza sanitaria impone alle imprese di verificare se siano stati rispettati i massimali e le condizioni previste dal Quadro temporaneo. 

Invero, le imprese che durante l’acuirsi della pandemia hanno fruito di aiuti anti-Covid saranno oggetto di controlli specifici per verificare il rispetto della normativa comunitaria e l’osservanza delle condizioni e dei limiti stabiliti dal decreto del MEF dell’11 dicembre 2021. Al riguardo, i soggetti beneficiari dovranno presentare una dichiarazione sostitutiva di un atto di notorietà in cui si attesta il rispetto dei requisiti in questione, in ossequio a quanto previsto dal suddetto decreto.  

Tuttavia, risultano sussistere ancora perplessità circa la predisposizione della documentazione. In particolare, il citato decreto non chiarisce alcunché circa la cumulabilità dei massimali previsti nelle suddette due sezioni. È necessario in ogni caso rispettare la tassatività delle misure elencate all’interno del comma 13 dell’articolo 1 del decreto Sostegni. 

Un’altra importante questione irrisolta riguarda la possibilità per l’impresa beneficiaria di utilizzare in maniera alternativa per la medesima misura sia la sezione 3.1 sia la sezione 3.12, sussistendone i requisiti. In questo modo è possibile ripartire la somma dell’aiuto, dividendola in quote, tra le due diverse sezioni, sussistendo in ambo i casi i requisiti previsti. Peraltro, risulta dubbia la definizione dell’esatto momento in cui è avvenuta la concessione dell’aiuto nei confronti del soggetto beneficiario: laddove tale data non venga determinata in maniera precisa, potrebbero sorgere delle problematiche relative non solo alla presentazione dell’autodichiarazione, ma anche al calcolo del “periodo ammissibile” per la sezione 3.12, dovendo molte imprese restituire gli aiuti. A questo proposito, il decreto, richiamando la decisione della Commissione europea del 15 ottobre 2021, conferma come la data rilevante da prendere in considerazione sia quella in cui l’aiuto è stato messo a disposizione dell’impresa beneficiaria. Tuttavia, a seconda della diversa misura bisognerà tenere presente: 

  • la data di approvazione della domanda di aiuto, nel caso specifico in cui la concessione della misura sia subordinata a tale domanda e alla sua approvazione; 
  • la data di presentazione della dichiarazione dei redditi (purché effettuata entro il 31 dicembre 2021) o la data di compensazione o la data di maturazione. Il decreto nulla dice riguardo i crediti che possono essere oggetto di cessione; 
  • negli altri casi, la data di entrata in vigore della normativa (esenzione Imu o Irap). 

Infine, occorre precisare che l’art. 4 del decreto in questione stabilisce che, in caso di splafonamento dai massimali, l’importo dell’aiuto eccedente deve essere spontaneamente restituito da parte del soggetto beneficiario. Il rischio di superamento dei limiti imposti dal Quadro temporaneo deve essere parametrato non sulla singola impresa, ma sull’intera “unità economica”, evitando così che un gruppo societario possa beneficiare di più aiuti Covid.  

Per il recupero delle eccedenze in caso di splafonamento non sono previste sanzioni ma solo il calcolo degli interessi secondo il regolamento 794/2004. Bisogna precisare come secondo il medesimo articolo, la restituzione possa avvenire anche con una compensazione rispetto ad aiuti “successivamente ricevuti dalla medesima impresa”.  

Ne consegue che laddove l’impresa beneficiaria superi il limite stabilito nel corso del primo periodo (fino al 27 gennaio 2021) di vigenza della sezione 3.1, l’eventuale splafonamento potrebbe in maniera automatica trovare capienza automatica con il massimale della medesima sezione non interamente coperto al 31 dicembre 2022.  

tax2

La Corte di Cassazione chiarisce definitivamente i dubbi sulla tassazione ai fini dell’imposta di donazione ex art.56 del T.U.S.D.

La sentenza della Corte di Cassazione n. 11832 del 12 aprile 2022, affronta il tema delle liberalità indirette, nell’ambito della imposta di donazione. Secondo la Corte, la liberalità indiretta rientra nell’ampia nozione di “trasferimenti gratuiti” che il legislatore tributario ha ritenuto opportuno impiegare ai fini dell’individuazione del presupposto impositivo dell’imposta.  

La sentenza in esame riveste una notevole importanza, in quanto, per la prima volta, i Giudici di legittimità hanno affrontato in modo sistematico il tema della tassazione delle donazioni indirette.  

Al riguardo, si precisa che per donazioni indirette devono intendersi quegli atti di liberalità che, pur non essendo attuati con lo schema contrattuale della donazione, realizzano gli effetti propri della donazione, ovvero l’impoverimento di un soggetto e l’arricchimento di un altro. 

Tuttavia, i Giudici di legittimità hanno statuito che le liberalità indirette risultanti da atti soggetti a registrazione non devono essere ricomprese nel perimetro di applicazione dell’imposta di donazione nell’ipotesi in cui risultino collegate ad atti concernenti il trasferimento o la costituzione di diritti      immobiliari ovvero il trasferimento di aziende o di rami di azienda.  

Infatti, per questi atti è già prevista l’applicazione dell’imposta di registro, in misura proporzionale, o dell’Iva.  

Riguardo questa ipotesi, disattendendo la sua precedente giurisprudenza, la Cassazione sostiene che il “collegamento” che rende non tassabile la donazione indiretta non deve necessariamente derivare da una dichiarazione resa dal contribuente nell’atto collegato alla donazione indiretta e inerente all’effettuazione della donazione stessa, ma può essere desunto anche sulla base di elementi oggettivi. 

Le altre liberalità indirette, quelle cioè non risultanti espressamente in atti soggetti a registrazione, confluiscono nella fattispecie delle liberalità indirette non formalizzate, risultando pertanto accertabili e tassabili alle condizioni previste dall’art. 56-bis del D.Lgs. n. 346/1990. 

L’art. 56-bis (rubricato “Accertamento delle liberalità indirette), disciplinando la tassazione delle liberalità diverse dalla donazione “formale”, enuncia due principi: 

  • la facoltà del contribuente di registrare “volontariamente” le liberalità indirette (art. 56-bis, comma 3, T.U.S.D.); 
  • il potere dell’Amministrazione di accertare le liberalità indirette solo al ricorrere di due presupposti (art. 56-bis, comma 1, T.U.S.D.): 

a. “quando l’esistenza” della liberalità indiretta “risulti da dichiarazioni rese dall’interessato nell’ambito di procedimenti diretti all’accertamento di tributi”; 

b. “quando le liberalità abbiano determinato, da sole o unitamente a quelle già effettuate nei confronti del medesimo beneficiario, un incremento patrimoniale superiore all’importo di 350 milioni di lire” (ora euro 180.760). 

Se, dunque, il potere dell’Amministrazione di accertare donazioni “indirette” si ha solo al ricorrere dei predetti due presupposti, pare potersi concludere che non vi sia un obbligo generalizzato di registrare tutte le donazioni “indirette” risultanti (anche per via di enunciazione) da atti soggetti a registrazione, ma quest’obbligo si pone solo per le restanti ipotesi di donazioni “indirette” identificate dall’art. 56-bis. 

In conclusione, dalla decisione in esame si deve dedurre che la donazione indiretta (ad esempio il caso del bonifico del genitore a favore del figlio che compra un appartamento) non può essere sottoposta a tassazione in quanto tale, ma solo quando il contribuente intenda farlo o si presenti la possibilità di doverla ammettere nell’ambito di una possibile futura procedura di accertamento. 

economia

Con la conversione del Decreto Sostegni-ter, il Legislatore estende la facoltà di sospendere gli ammortamenti anche al bilancio 2022

La possibilità di sospendere gli ammortamenti sul bilancio civilistico è nata come misura di contenimento delle conseguenze derivanti dall’emergenza sanitaria e nel contesto delle misure di contrasto adottate. 

Al riguardo, la misura, promulgata con il DL 104/2020 (c.d. Decreto Agosto), in origine era limitata al solo esercizio 2020 ed assumeva la forma di norma in deroga con l’obiettivo di limitare l’impatto della contingenza sui bilanci civilistici. 

L’articolo 5-bis del decreto Sostegni-ter (Decreto Legge n.4 del 2022), convertito in legge il 24 Marzo, ha riproposto non solo per il 2021, ma anche per il 2022 la possibilità di sospendere la contabilizzazione, in tutto o in parte, dell’ammortamento dei beni immateriali e materiali  

iscritti in bilancio, nonostante la norma sia stata non poco criticata per la sua capacità di fare assumere forma creativa e poco veritiera alla situazione patrimoniale e finanziaria della società e al risultato economico dell’esercizio. 

A differenza di quanto precedentemente stabilito dalla Legge n. 234 del 30 dicembre 2021 (Legge di Bilancio 2022), potranno beneficiare della proroga non solo coloro i quali, nel bilancio 2020, hanno già usufruito della sospensione per il 100% degli ammortamenti, ma anche e soprattutto quei soggetti che nel 2020 non hanno integralmente (ma solo in misura parziale) contabilizzato l’ammortamento dei beni materiali e immateriali iscritti in bilancio. 

Rimangono, peraltro, ferme (così come nelle precedenti modifiche normative) le modalità applicative della norma derogatoria, con la conseguenza che continuano a essere previsti l’obbligo di destinare a una riserva indisponibile utili di ammontare corrispondente alla quota di ammortamento non effettuata e specifici obblighi informativi nella nota integrativa. 

A questo proposito, la nota integrativa deve indicare: 

  • quali immobilizzazioni ed in quale misura non sono stati contabilizzati gli ammortamenti; 
  • le ragioni che hanno indotto ad avvalersi della deroga; 
  • l’impatto economico e patrimoniale della deroga. 

Dal punto di vista contabile le regole applicabili sono quelle contenute all’interno del documento interpretativo Oic 9/2021. Pertanto, sono esclusi dal perimetro normativo coloro che redigono il bilancio non adottando le regole del codice civile ed i principi contabili nazionali. 

Prevedendo che gli effetti negativi della pandemia e della più recente situazione causata dalla guerra in Ucraina spingeranno ad un utilizzo integrale della sospensione, secondo l’OIC ove l’ammortamento civilistico fosse stato interamente sospeso, la quota di ammortamento dell’esercizio successivo sarebbe stata pari al rapporto tra il valore residuo ammortizzabile e la durata utile aggiornata. Quanto appena detto non determinerebbe modifiche di valore della quota di ammortamento, ma semplicemente un allungamento della durata utile del bene. 

Infine, bisogna anche evidenziare come per le annualità 2021 e 2022 non è stata più riproposta la deroga sul presupposto della continuità aziendale. Infatti, durante la fase più acuta dell’emergenza pandemica era stata prevista, al ricorrere di determinate condizioni, la possibilità per le imprese OIC di redigere il bilancio senza che i valori iscritti siano considerati nel presupposto che l’azienda prosegua la sua attività nel suo normale corso, senza che vi sia né l’intenzione né la necessità di porre l’azienda in liquidazione o di cessare l’attività ovvero di assoggettarla a procedure concorsuali.  

La mancata riproposizione di questa deroga impone delle considerazioni. Infatti, nel caso limite in cui un’impresa non abbia contabilizzato integralmente gli ammortamenti per due o tre esercizi dovrebbe, probabilmente, affrontare il problema della continuità e motivare, non senza difficoltà, nella nota integrativa la sussistenza della stessa. 

esterovestizione

L’Agenzia delle Entrate con la risposta a interpello n. 27 del 17 gennaio 2022, ha ribadito come la localizzazione all’estero delle strutture societarie debba essere sempre effettiva e genuina.  

La disciplina dell’esterovestizione consente all’Amministrazione Finanziaria di presumere (salvo prova contraria) l’esistenza nel territorio dello Stato della sede dell’amministrazione di società ed enti che detengono direttamente partecipazioni di controllo in società di capitali ed enti commerciali residenti in Italia, quando, alternativamente sono controllati, anche indirettamente, da soggetti residenti nel territorio dello Stato o sono amministrati da un  

consiglio di amministrazione o altro organo di gestione equivalente, formato in prevalenza da membri residenti nel territorio dello Stato.  

Nel caso di specie una società estera Alfa era non solo amministrata da due persone fisiche, di cui una residente in Italia e l’altra all’estero, ma anche controllata per il 51% da una società italiana. 

L’art. 73, comma 5-bis, TUIR stabilisce che, salvo prova contraria, si considera esistente nel territorio dello Stato la sede dell’amministrazione di società ed enti, che detengono partecipazioni di controllo, ai sensi dell’art. 2359, comma 1, c.c., nei soggetti di cui alle lettere a) e b) del comma 1, se, in alternativa: 

  • sono controllati, anche indirettamente, ai sensi dell’art. 2359, comma 1, del c.c., da soggetti residenti nel territorio dello Stato; 
  • sono amministrati da un consiglio di amministrazione, o altro organo equivalente di gestione, composto in prevalenza di consiglieri residenti nel territorio dello Stato. 

Pertanto, la presunzione relativa dell’esterovestizione opera nel momento in cui la società estera, controllante una società italiana, sia a sua volta controllata o amministrata da soggetti italiani.  

L’Amministrazione Finanziaria sottolinea come il concetto di esterovestizione vada distinto in maniera netta da quello di residenza fiscale di una società ex comma 3 art. 73 del TUIR. Infatti, quest’ultima fattispecie sussiste quando la società abbia nel territorio dello Stato per la maggior parte del periodo d’imposta o l’oggetto principale la sede legale o la sede dell’amministrazione 

Conseguentemente, potrebbero sussistere senza difficoltà ipotesi in cui una società, non esterovestita, debba essere considerata dal fisco come italiana, essendo solo fittiziamente localizzata all’estero. 

Nel caso di una società italiana, controllata da una holding estera, al fine di determinare con precisione l’effettiva residenza fiscale, sarà necessario effettuare un accurato controllo sulla catena partecipativa e sulla residenza dei componenti dell’organo amministrativo. 

Occorre aggiungere che, recentemente, con la sentenza n. 4463/2022, anche la Corte di Cassazione si è pronunciata in tema di esterovestizione.  

I Giudici di legittimità, confermando il giudizio della CTR Lombardia, hanno affermato come sia onere dell’Agenzia delle Entrate, essendo l’art. 73 comma 5-bis del TUIR una norma avente finalità antielusiva, dimostrare che il fine principale del contribuente sia stato quello di ottenere un indebito vantaggio fiscale.  

In sostanza, sul contribuente non grava alcun tipo di impedimento circa la possibilità di scegliere la miglior soluzione per ottenere un maggior beneficio: una localizzazione straniera può essere oggetto di violazione della normativa nazionale solo qualora risulti essere puramente artificiale e fittizia, in quanto priva di sostanza economica, avendo come unico scopo quello di ottenere un trattamento fiscale di favore.  

lending

L’Agenzia delle Entrate chiarisce come i finanziamenti Peer 2 Peer lending, effettuati su piattaforme gestite da istituti di pagamento non iscritti nell’albo della Banca d’Italia, devono essere indicati nel quadro RW

Per P2P lending (peer to peer lending, social lending o prestiti tra privati), si intende una tipologia di prestito erogato direttamente tra soggetti privati mediante l’impiego di apposite piattaforme. Tali sistemi permettono di far incontrare la domanda dei soggetti in cerca di fondi con l’offerta degli investitori, senza dover passare attraverso il canale bancario.  

Di recente l’Agenzia delle Entrate ha chiarito con la risposta ad interpello del 24/03/2022 che eventuali interessi ottenuti dai finanziatori italiani mediante prestiti concessi impiegando queste piattaforme, gestite da istituti di pagamento esteri, concorrono a formare il reddito complessivo da assoggettare ad IRPEF in sede di dichiarazione annuale dei redditi 

Inoltre, dal momento che l’utilizzo di queste piattaforme implica la titolarità di conti di pagamento presso Istituti di pagamento esteri, gli interessi in questione devono essere indicati nel quadro RW, indipendentemente dall’eventualità che la piattaforma risulti essere italiana od estera o che il beneficiario del finanziamento abbia nazionalità italiana o straniera. 

In particolare, l’Amministrazione Finanziaria ha ribadito come il comma 43 della legge 27 dicembre 2017, n. 205 (legge di bilancio 2018) ha inserito la lettera d-bis) al comma 1 dell’articolo 44 del T.U.I.R., prevedendo che costituiscono redditi di capitale “i proventi derivanti da prestiti erogati per il tramite di piattaforme di prestiti per soggetti finanziatori non professionali (piattaforme di Peer to Peer Lending) gestite da società iscritte all’albo degli intermediari finanziari di cui all’articolo 106 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 [n.d.r. TUB], o da istituti di pagamento rientranti nell’ambito di applicazione dell’articolo 114 del decreto legislativo n. 385 del 1993, autorizzati dalla Banca d’Italia”.  

Il successivo comma 44, inoltre, dispone che i predetti gestori “operano una ritenuta alla fonte a titolo di imposta sui redditi di capitale corrisposti a persone fisiche con l’aliquota prevista dall’articolo 26, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600”. 

Detta ritenuta è attualmente stabilita nella misura del 26 per cento. 

Ai fini dell’applicazione della ritenuta a titolo d’imposta sui proventi derivanti da investimenti su piattaforme di P2P Lending rilevano, in sostanza, le seguenti due condizioni: 

  • la natura del soggetto finanziatore, che deve essere esclusivamente una persona fisica al di fuori dell’esercizio di una attività d’impresa; 

 

  • la qualifica del gestore della piattaforma, che deve essere un intermediario finanziario iscritto all’albo o un istituto di pagamento ai sensi della normativa prevista, rispettivamente, dagli articoli 106 e 114 del TUB, autorizzato dalla Banca d’Italia. 

Se l’istituto di pagamento che gestisce la piattaforma non è iscritto all’albo degli intermediari finanziari presso la Banca d’Italia non è, quindi, autorizzato ad applicare la ritenuta d’acconto sugli interessi corrisposti a persone fisiche. 

Pertanto, in tal caso, i proventi derivanti dai predetti investimenti in P2P Lending concorrono alla formazione del reddito imponibile IRPEF in sede di dichiarazione annuale dei redditi.  

Per quanto concerne gli obblighi di monitoraggio fiscale, tenuto conto che per l’effettuazione degli investimenti in P2P Lending attraverso le predette piattaforme, l’Istante detiene anche dei “conti” all’estero, si ritiene che gli stessi dovranno esse indicati nel quadro RW, indipendentemente dalla circostanza che la piattaforma sia italiana o estera o che il finanziamento sia erogato a soggetti italiani o esteri.