lending

L’Agenzia delle Entrate chiarisce come i finanziamenti Peer 2 Peer lending, effettuati su piattaforme gestite da istituti di pagamento non iscritti nell’albo della Banca d’Italia, devono essere indicati nel quadro RW

Per P2P lending (peer to peer lending, social lending o prestiti tra privati), si intende una tipologia di prestito erogato direttamente tra soggetti privati mediante l’impiego di apposite piattaforme. Tali sistemi permettono di far incontrare la domanda dei soggetti in cerca di fondi con l’offerta degli investitori, senza dover passare attraverso il canale bancario.  

Di recente l’Agenzia delle Entrate ha chiarito con la risposta ad interpello del 24/03/2022 che eventuali interessi ottenuti dai finanziatori italiani mediante prestiti concessi impiegando queste piattaforme, gestite da istituti di pagamento esteri, concorrono a formare il reddito complessivo da assoggettare ad IRPEF in sede di dichiarazione annuale dei redditi 

Inoltre, dal momento che l’utilizzo di queste piattaforme implica la titolarità di conti di pagamento presso Istituti di pagamento esteri, gli interessi in questione devono essere indicati nel quadro RW, indipendentemente dall’eventualità che la piattaforma risulti essere italiana od estera o che il beneficiario del finanziamento abbia nazionalità italiana o straniera. 

In particolare, l’Amministrazione Finanziaria ha ribadito come il comma 43 della legge 27 dicembre 2017, n. 205 (legge di bilancio 2018) ha inserito la lettera d-bis) al comma 1 dell’articolo 44 del T.U.I.R., prevedendo che costituiscono redditi di capitale “i proventi derivanti da prestiti erogati per il tramite di piattaforme di prestiti per soggetti finanziatori non professionali (piattaforme di Peer to Peer Lending) gestite da società iscritte all’albo degli intermediari finanziari di cui all’articolo 106 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 [n.d.r. TUB], o da istituti di pagamento rientranti nell’ambito di applicazione dell’articolo 114 del decreto legislativo n. 385 del 1993, autorizzati dalla Banca d’Italia”.  

Il successivo comma 44, inoltre, dispone che i predetti gestori “operano una ritenuta alla fonte a titolo di imposta sui redditi di capitale corrisposti a persone fisiche con l’aliquota prevista dall’articolo 26, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600”. 

Detta ritenuta è attualmente stabilita nella misura del 26 per cento. 

Ai fini dell’applicazione della ritenuta a titolo d’imposta sui proventi derivanti da investimenti su piattaforme di P2P Lending rilevano, in sostanza, le seguenti due condizioni: 

  • la natura del soggetto finanziatore, che deve essere esclusivamente una persona fisica al di fuori dell’esercizio di una attività d’impresa; 

 

  • la qualifica del gestore della piattaforma, che deve essere un intermediario finanziario iscritto all’albo o un istituto di pagamento ai sensi della normativa prevista, rispettivamente, dagli articoli 106 e 114 del TUB, autorizzato dalla Banca d’Italia. 

Se l’istituto di pagamento che gestisce la piattaforma non è iscritto all’albo degli intermediari finanziari presso la Banca d’Italia non è, quindi, autorizzato ad applicare la ritenuta d’acconto sugli interessi corrisposti a persone fisiche. 

Pertanto, in tal caso, i proventi derivanti dai predetti investimenti in P2P Lending concorrono alla formazione del reddito imponibile IRPEF in sede di dichiarazione annuale dei redditi.  

Per quanto concerne gli obblighi di monitoraggio fiscale, tenuto conto che per l’effettuazione degli investimenti in P2P Lending attraverso le predette piattaforme, l’Istante detiene anche dei “conti” all’estero, si ritiene che gli stessi dovranno esse indicati nel quadro RW, indipendentemente dalla circostanza che la piattaforma sia italiana o estera o che il finanziamento sia erogato a soggetti italiani o esteri. 

building

L’Agenzia delle Entrate chiarisce i profili elusivi delle operazioni di scissione societaria ed ammette la legittimità delle operazioni di scorporo in passato ritenute elusive

L’Agenzia delle Entrate è spesso chiamata a rispondere a molteplici quesiti formulati dai contribuenti in materia di operazioni straordinarie. 

In particolare, a seguito del provvedimento n. 185630 del 2018, con cui è stato introdotto l’obbligo di pubblicare le risposte ad interpello, sono stati resi noti 112 documenti di prassi dell’Amministrazione finanziaria in tema di fiscalità delle operazioni straordinarie. 

La gran parte di tali risposte ha riguardato i profili elusivi di tali operazioni, anche alla luce dell’introduzione dell’art. 10-bis nella legge n. 212 del 2000 (cd. Statuto dei diritti del contribuente). 

Tale disposizione normativa, infatti, ha delineato i presupposti necessari ai fini della qualificazione di una operazione abusiva ed ha precisato che il contribuente è libero di scegliere quale regime adottare laddove la legge preveda diverse opzioni comportanti un diverso carico fiscale. 

In altri termini, qualora sussistano più alternative, è ammesso che il contribuente scelga tra gli atti, i fatti e i contratti quelli fiscalmente meno onerosi con il limite del divieto di perseguire vantaggi fiscali indebiti, questi ultimi definiti come i “benefici, anche non immediati, realizzati in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell’ordinamento tributario”. 

In considerazione di tale quadro normativo, l’Amministrazione finanziaria ha posto particolare attenzione alla potenziale elusività delle operazioni di scissione societaria, per le quali ai sensi dell’art. 173 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (cd. TUIR) vige il principio di neutralità fiscale con riferimento ai beni della società scissa. In linea generale, pertanto, la predetta operazione non comporta, in capo alla società scissa, il realizzo di plusvalenze o di minusvalenze con riguardo ai beni assegnati al soggetto “avente causa” dell’operazione di scissione (la società beneficiaria). 

Sul punto si rappresenta che già con la risoluzione n. 97/E del 2009 l’Agenzia delle entrate, rispondendo a un’istanza di interpello, ha fornito importanti chiarimenti interpretativi in materia di scissione del compendio immobiliare, volta a creare una o più società da far circolare sotto forma di partecipazioni. 

In quel caso, l’operazione non sarebbe stata posta in essere con l’intento di riorganizzare il complesso aziendale attraverso la creazione di più sistemi in un’ottica di continuità aziendale ed imprenditoriale, ma sembrava costituire solo una fase intermedia di un più complesso disegno unitario finalizzato alla creazione di una o più società “contenitori”, destinate ad accogliere i rami operativi dell’azienda da far circolare, successivamente, sotto forma di partecipazioni. In tal modo, i soci persone fisiche avrebbero potuto beneficiare del meno oneroso regime di tassazione sui capital gains ai sensi dell’art. 68 del TUIR rispetto a quello ordinario di tassazione sulla cessione di azienda o ramo d’azienda di cui all’art. 86 del TUIR.  

Tuttavia, dall’analisi delle risposte ad interpello più recenti emerge un orientamento meno restrittivo in materia di elusività delle operazioni di scissione. In particolare, è possibile individuare quattro diversi indirizzi: 

(i) con la risposta ad interpello n. 13 del 2019, è stata sancita la legittimità delle operazioni di scissione del comparto immobiliare e successiva cessione delle partecipazioni della scissa. L’Agenzia delle Entrate si è espressa favorevolmente in merito ad una operazione di scissione parziale proporzionale, con la quale la società titolare di immobili e attività produttive trasferiva unicamente gli immobili ad una società neocostituita. A seguito di tale operazione i soci avrebbero ceduto a terzi le partecipazioni della società scissa (che rimaneva titolare del ramo produttivo) e avrebbero mantenuto le partecipazioni nella società beneficiaria immobiliare. 

(ii) con la risposta ad interpello n. 282 del 2021 l’Amministrazione finanziaria ha ammesso la legittimità delle scissioni inverse con scorporo di asset aziendali a favore della controllante, con il fine di separare le attività immobiliari da quelle operative. Si trattava di una scissione societaria a favore dell’unico socio della scissa avente come oggetto di scissione: i) le partecipazioni nelle società del gruppo non relative al core business, ii) tutti i rapporti finanziari di credito e debito con le società partecipate oggetto di scissione, iii) le disponibilità finanziarie eccedenti rispetto a quelle necessarie per sostenere le attività operative e iv) alcune figure professionali di profilo tecnico. L’Agenzia, quindi, contrariamente a quanto sostenuto in passato, ritiene lecita l’operazione sotto ogni aspetto, dichiarando l’assenza di vantaggi fiscali indebiti. 

In tal modo, è stato superato l’orientamento che assimilava tali operazioni ad una distribuzione di dividendi in natura a favore della controllante. 

(iii) con la risposta ad interpello n. 89 del 2021 è ammessa la liceità delle scissioni volte a scorporare il ramo finanziario del patrimonio aziendale. L’Agenzia ha precisato che affinché non siano ravvisabili profili elusivi in un’operazione di scissione, occorre che la scissione non sia, di fatto, volta a surrogare lo scioglimento del vincolo societario da parte dei soci e l’assegnazione agli stessi del patrimonio aziendale imponibile attraverso la formale attribuzione dei relativi beni a società di “mero godimento”, non connotate da alcuna operatività, al solo scopo di rinviare la tassazione delle plusvalenze latenti sui beni trasferiti e/o, come nel caso specifico, delle riserve di utili in capo ai soci, usufruendo del regime di neutralità fiscale. 

Pertanto, l’operazione di scorporo del ramo finanziario non è considerata abusiva purché l’attività di amministrazione della beneficiaria sia condotta con logiche imprenditoriali. 

(iv) con la risposta ad interpello n. 435 del 2021, l’Agenzia delle entrate ha riconosciuto la legittimità delle operazioni di scissione non proporzionali asimmetriche. Si tratta di una operazione volta ad evitare la distribuzione di azioni o quote della società beneficiaria ad uno o più soci della scissa, con il fine di risolvere conflitti tra soci e/o dividere il patrimonio aziendale agevolando il passaggio generazionale. 

Tale operazione non comporterebbe il conseguimento di alcun vantaggio fiscale indebito, risultando un atto fisiologico alla riorganizzazione delle attività facenti capo alla famiglia, al fine di separare il destino imprenditoriale del nucleo familiare riferibile a un socio da quello degli altri soci. 

Alla luce dei recenti orientamenti di prassi dell’Amministrazione finanziaria emerge un cambio di rotta degli Uffici che ha condotto a ritenere legittime alcune operazioni di scissione in passato ritenute abusive. 

hotel

Le novità introdotte in materia di imposta di soggiorno dall’art. 5 quinquies del D.I. n. 146 del 2021 per i gestori delle strutture alberghiere volte ad interpretare il ruolo di questi ultimi

La disposizione di cui all’articolo 180, comma 3, D.l. n. 34 del 2020, secondo cui l’albergatore è responsabile del pagamento dell’imposta di soggiorno, con diritto di rivalsa sui soggetti passivi, è applicabile anche ai casi verificatisi prima della data di entrata in vigore del decreto “Rilancio”, ossia il 19 maggio 2020.  

Così prevede l’articolo 5-quinquies del D.l. n. 146 del 2021, che ha chiarito i limiti temporali del comma 1-ter dell’articolo 4 del D.lgs. n. 23 del 2011, ai sensi del quale si attribuisce la qualifica di responsabile del pagamento dell’imposta di soggiorno al gestore della struttura ricettiva con diritto di rivalsa sui soggetti passivi.  

Di conseguenza, il gestore della struttura ricettizia non risulta più essere completamente estraneo al rapporto di imposta che in origine si veniva ad instaurare esclusivamente tra il turista ed il comune. 

Precedentemente, infatti, il gestore risultava essere un “agente contabile”, incaricato di maneggiare denaro pubblico e pertanto denunciabile per peculato in caso di mancato versamento del tributo nelle casse dell’ente impositore (Cassazione penale n.32058 del 2018). 

Grazie al D.l. n. 146 del 2021, in quanto norma di interpretazione autentica, i gestori delle strutture alberghiere assurgono al rango di sostituti di imposta, anche relativamente ai fatti accaduti prima del 19 maggio 2020, data di entrata in vigore del decreto “Rilancio”.  

Infatti, se da un lato vantano il diritto di rivalsa dell’imposta di soggiorno nei riguardi del villeggiante, dall’altro i gestori delle strutture alberghiere risultano obbligati a versare l’imposta anche nel caso in cui il turista non abbia precedentemente pagato la somma corrispondente. 

Tuttavia, devono comunque essere prese in considerazione le sentenze n.30227 del 2020 e n.36317 del 2020 della Cassazione penale.  

I giudici della Suprema Corte hanno non solo affermato la sussistenza del reato di peculato, ma hanno anche escluso la retroattività della depenalizzazione, ritenendo modificata in maniera radicale la struttura della fattispecie di illecito.  

Appare evidente come la norma di interpretazione autentica, contenuta nell’articolo 5 quinquies del Dl 146/2021 dovrebbe servire proprio a superare questo orientamento giurisprudenziale, garantendo un’efficacia retroattiva della depenalizzazione della novella del 2020. 

Pertanto, nell’ipotesi in cui vi sia il mancato pagamento della tassa di soggiorno, il comune può rifarsi anche solo nei confronti dell’esercente, essendo adesso quest’ultimo qualificato direttamente come debitore dell’ente locale, richiedendo non solo il pagamento del tributo, ma anche una sanzione del 30% ex articolo 13 del D. lgs. n.471 del 1997. 

È comunque necessario precisare come alcune sezioni della Corte dei Conti (Sicilia e Toscana) continuino a ritenere che dal punto di vista della responsabilità fiscale del gestore la situazione sia rimasta immutata. 

A tal proposito, anche il dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia durante l’evento “Telefisco” del Sole 24 Ore ha confermato questa linea interpretativa, discostandosi da quanto precedentemente statuito dalla Cassazione Penale. 

Secondo il Ministero, il gestore della struttura alberghiera deve in un primo momento provvedere all’incasso della tassa di soggiorno, accantonandola, e successivamente deve trasmetterla al Comune. Il gestore non assume così la veste di sostituto di imposta, bensì quella di responsabile del pagamento, un agente contabile che maneggia denaro pubblico ed è tenuto a riversarlo nelle casse dell’ente pubblico. 

Tuttavia, non può non considerarsi come la qualifica di agente contabile attribuita al gestore della struttura alberghiera, inteso come colui che opera nella gestione di pubblico denaro, non possa più essere ritenuta vigente all’interno dell’ordinamento, alla luce dell’articolo 5 comma quinquies del D.l. n. 146 del 2021. 

 

exeport

L’Agenzia delle Entrate mette in guardia i fornitori dalle operazioni commerciali poste in essere con soggetti che non sono realmente dei veri esportatori abituali

L’Agenzia delle Entrate, in seguito allo svolgimento di appositi controlli, sta inviando delle comunicazioni ad imprese fornitrici, comunicando loro di aver posto in essere operazioni commerciali con falsi soggetti esportatori abituali. 

Al riguardo infatti, l’art. 8, comma 1, lettera c) del D.p.r. n. 633 del 1972, stabilisce che, impiegando lo strumento della lettera d’intento, l’esportatore abituale può richiedere ai propri fornitori di emettere fattura senza applicazione dell’Iva, osservando il limite del proprio plafond.  

La lettera d’intento ha la specifica finalità di mettere in evidenza la volontà del soggetto esportatore abituale di effettuare acquisti o attività di importazione usufruendo della facoltà riconosciutagli dal legislatore di non applicare l’imposta in questione. 

In particolare, mediante l’utilizzazione di warning letters, l’Agenzia delle Entrate esorta le imprese fornitrici a controllare con estrema attenzione – non solo dal punto di vista formale ma anche da un punto di vista sostanziale – la presenza dei requisiti di esportatore abituale della controparte, sia all’inizio sia durante lo svolgimento del rapporto.  

Una volta ricevuta una warning letter da parte dell’Agenzia delle Entrate, il fornitore deve interrompere le attività commerciali con il presunto falso esportatore abituale ed ha l’obbligo di non emettere più fatture nei confronti nel medesimo soggetto senza che venga applicata l’Iva, come previsto dall’art. 8, comma 1, lettera c), D.p.r. n. 633 del 1972. 

In termini generali, per usufruire della disciplina dell’esportatore abituale, un soggetto deve munirsi di una approfondita documentazione, da presentare all’impresa fornitrice, contenente: 

  • la comunicazione preventiva ed effettiva della dichiarazione trasmessa all’Agenzia delle Entrate, corredata dalla ricevuta di trasmissione, della dichiarazione di intenti. Si tratta di un requisito indispensabile anche per l’emissione della fattura; 
  • l’effettiva iscrizione al Vies (Vat Information Exchange System), finalizzata ad appurare che il soggetto ha effettuato operazioni all’estero; 
  • l’osservanza degli obblighi contabili e fiscali; 
  • l’effettivo raggio di azione del cliente, con speciale riguardo rispetto alle attività effettuate all’estero.  

In sostanza, l’impresa fornitrice, prima di svolgere qualsiasi operazione commerciale con un soggetto qualificabile come esportatore abituale, ha l’onere di verificare la sussistenza dei requisiti in capo al cliente con cui si pongono in essere operazioni commerciali.  Una volta ricevuta una warning letter da parte dell’Agenzia delle Entrate, la società fornitrice deve compiere un’attenta analisi di tutte le operazioni poste in essere nel passato con il soggetto attenzionato nella lettera.  

Nella specifica ipotesi in cui dovessero emergere dei profili di criticità, il fornitore dovrà sanare la propria posizione impiegando lo strumento del ravvedimento operoso. Inoltre, è necessario aggiungere che, mediante lo strumento del ravvedimento, l’impresa fornitrice potrà usufruire della causa di non punibilità espressamente prevista dall’art. 13, comma 2 del Dlgs 74/2000 per il reato di infedele dichiarazione. 

Sul punto, va evidenziato che è costante la giurisprudenza della Corte di Cassazione nel ritenere che in capo all’impresa fornitrice gravi l’onere di provare l’adozione di misure ragionevoli, volte a garantire l’esclusione della stessa da eventuali frodi con il falso esportatore abituale (n. 176 del 2015, n. 4593 del 2015, n. 19898 del 2016, n. 14936 del 2018, n. 1988 del 2019).  

Qualora risultasse che, con preventivi controlli, il fornitore avrebbe potuto riscontrare, l’intento fraudolento della controparte, questi sarà obbligato a pagare l’Iva non presente nelle precedenti fatture insieme alle sanzioni. Se dalla somma dei due elementi dovesse risultare il superamento delle soglie penali, il soggetto incorrerebbe nella fattispecie penale di infedele dichiarazione, ex articolo 4 del Dlgs 74/2020. 

contract

La Suprema Corte rivede la disciplina della deducibilità del maxi-canone creando un pericoloso precedente giurisprudenziale

La Suprema Corte torna a pronunciarsi sulla questione della deducibilità del c.d. maxi-canone, pagato dalle imprese per l’attivazione dei leasing finanziari, con un’ordinanza che fa discutere la dottrina, a causa della sua portata innovativa. 

Si tratta della recentissima pronuncia n. 7183 del 15 marzo 2021, con cui la Cassazione afferma che la propria giurisprudenza sul tema sia anacronistica e necessiti di una totale reinterpretazione. 

Le novità dell’ordinanza potrebbero aprire a nuovi scenari, rispetto a comportamenti che sinora sono invece parsi consolidati. All’attivazione dei contratti di leasing, viene consuetudinariamente richiesto un maxi-canone iniziale, di importo maggiore alla rata mensile stabilita dalle parti con il contratto di leasing finanziario. 

La giurisprudenza della Corte Suprema aveva sempre ritenuto che la contabilizzazione del canone non sarebbe dovuta avvenire nell’esercizio di pagamento del maxi-canone, ma nel corso dell’intero contratto di leasing. 

L’ordinanza del 15 marzo 2021, invece, ribalta la precedente interpretazione della Corte, modificandone radicalmente il punto di vista.  

Secondo la Corte, infatti, la disciplina del leasing finanziario deve considerarsi completamente modificata sia sul piano giuridico (con la legge n. 549/1995, Legge Finanziaria per il 1996, che ha inserito la materia nel corpo dell’art. 102 del TUIR), che su quello contabile. 

In particolare, per quanto riguarda gli aspetti contabili dell’istituto, la medesima ordinanza evidenzia come la rilevazione del leasing finanziario “non viene più effettuata in base al cd. metodo patrimoniale, basato sulla forma giuridica del contratto, ma con il cd. metodo finanziario, previsto dal principio contabile internazionale IAS 17, che riflette la sostanza economica dell’operazione”. 

Dunque, la Suprema Corte ipotizza che il c.d. maxi-canone, corrisposto con il pagamento della prima rata, vada contabilizzato interamente nell’esercizio di competenza, che coinciderebbe, con l’esercizio in cui è avvenuto, di fatto, il suo pagamento. 

La pronuncia, che ribalta il precedente orientamento della giurisprudenza di vertice,  lascia perplessi gli operatori del settore, in quanto sembra non tener conto del fatto che la Legge Finanziaria per il 1996, nel riformare la disciplina del leasing finanziario, si preoccupa di disciplinare la sola posizione del soggetto concedente, come si deduce dalla norma stessa, che fa riferimento ai soli beni ”concessi” in locazione finanziaria. 

La posizione del soggetto fruitore non viene in alcun modo modificata dalla norma in parola, dal momento che non esistono norme fiscali che disciplinano la locazione finanziaria, dal punto di vista del soggetto utilizzatore, se non quelle civilistiche riguardanti la durata minima del contratto di locazione. 

Per i soggetti utilizzatori, dunque, continua a valere il principio di competenza economica stabilito dall’art. 109 del TUIR, che direttamente rimanda all’art. 2423-bis c.c. secondo cui gli oneri dell’esercizio vanno imputati “indipendentemente dalla data del pagamento”, come precedentemente previsto dalla stessa Corte ed in aderenza a quanto previsto dai principi contabili nazionali. 

L’OIC 12, app. A), infatti, prevede che, laddove il contratto di leasing comporti il pagamento di un maxi-canone iniziale, solo la parte del maxi-canone di competenza (economica) dell’esercizio dovrebbe essere rilevata tra i costi, mentre la parte di costo non di competenza dell’esercizio andrebbe rinviata agli esercizi successivi. 

Di conseguenza, il precedente orientamento della Corte sembra essere più aderente al dettato della norma, che non consente all’imprenditore di computare tra i costi dell’esercizio il canone iniziale del contratto di leasing, ma ne prevede la ripartizione per tutta la durata del contratto di locazione finanziaria (Cass. n. 7209/1997; Cass. n. 10147/1999). 

transaction

L’imponibilità dell’operazione, ai fini dell’imposta sulle successioni e donazioni, è connessa alla sussistenza del presupposto territoriale

La Cassazione, con la sentenza 8175 del 24 marzo 2021, fornisce chiarimenti sul tema della tassazione delle donazioni indirette. 

In particolare, la vicenda sottoposta al giudizio della Corte trae origine da un atto di trasferimento di una somma di denaro in un conto cointestato, configurando in tal modo una forma di donazione indiretta. 

I Giudici hanno ritenuto che si potesse qualificare come un atto di liberalità in quanto le somme oggetto di trasferimento appartenevano solo ad uno dei cointestatari prima dell’accreditamento, realizzando pertanto il presupposto per l’applicazione dell’imposta sulle donazioni.  La sentenza chiarisce che il tributo è applicabile in Italia solo nel caso in cui il bene oggetto di donazione sia “esistente sul territorio italiano”. 

Nel caso di specie, si trattava di una liberalità indiretta realizzata mediante bonifico bancario disposto da un soggetto svizzero ad un soggetto fiscalmente residente in Italia. 

Tale circostanza, dunque, avrebbe escluso la tassabilità di somme di denaro erogate a titolo di liberalità da un soggetto fiscalmente residente all’estero a favore di un beneficiario fiscalmente residente in Italia. 

Dall’iter motivazionale della Corte emerge che il denaro detenuto in un conto svizzero e trasferito, mediante bonifico presso una filiale italiana, non può essere considerato come bene “esistente in Italia”.  

La pronuncia seppur nel caso di specie esclude la tassabilità dell’operazione, induce ad importanti riflessioni.  

Invero, sembra opportuno precisare come la Corte sia pervenuta a tale soluzione interpretativa sulla base del fatto che nel caso di specie non si fosse configurato il presupposto territoriale dell’imposta. 

In tal modo viene indirettamente sancito il principio secondo cui un trasferimento di denaro, effettuato mediante bonifico bancario su conto cointestato, configura il presupposto per l’applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni. 

In altri termini, nel caso di specie l’operazione viene esclusa dalla tassazione per mancanza del requisito della collocazione del bene sul territorio nazionale, risultando al contrario imponibile in Italia in presenza del suddetto requisito. 

Sul punto occorre precisare che ai sensi dell’art. 2 del D.p.r. n. 131/1986 gli atti formati all’estero che comportano un trasferimento della proprietà ovvero costituzione o trasferimento di altri diritti reali, anche di garanzia, su beni immobili o azienda esistenti nel territorio dello Stato devono essere registrati e assoggettati al pagamento dell’imposta di registro. 

In applicazione di tale disposizione rilevano, dunque, ai fini dell’imposta di registro e, conseguentemente, ai fini dell’applicazione dell’imposta sulle donazioni, solo gli atti formati all’estero che hanno ad oggetto beni immobili o aziende esistenti sul territorio dello Stato 

Al fine di evitare che atti formati all’estero, aventi ad oggetto beni diversi dagli immobili e dalle aziende, eludessero l’obbligo di registrazione ai fini dell’imposta sulla donazione con la L. n. 342/2000, art. 69, c. 1, lett. n), è stato inserito, dopo il comma 1, art. 55 del T.U.S., il c. 1-bis ove è stabilito che, ai finii dell’imposta sulla donazione, ”sono soggetti a registrazione in termine fisso anche gli atti aventi ad oggetto donazioni, dirette o indirette, formati all’estero nei confronti di beneficiati residenti nello Stato”. 

In tal modo, il Legislatore ha inteso affermare l’obbligo della registrazione anche per gli atti donazione “firmati all’estero”, aventi ad oggetto beni diversi da immobili ed aziende esistenti nel territorio dello Stato 

In definitiva, ai fini dell’imposta sulle donazioni devono essere assoggettati a registrazione in termine fisso anche gli atti formati all’estero aventi ad oggetto beni diversi da immobili e aziende esistenti nel territorio dello Stato, sempreché il donante sia residente nello Stato, ovvero nel caso in cui il donante sia non residente, quando i beni siano “esistenti” nel territorio dello Stato.  

documents_pricing

Con la circolare 15/E/2021 l’Agenzia delle Entrate analizza le principali novità in materia di Transfer Pricing

L’Agenzia delle Entrate con la circolare 15/E/2021 ha inteso chiarire taluni aspetti relativi alla nuova disciplina concernente la documentazione idonea a dimostrare il rispetto del principio di libera concorrenza e dei prezzi di trasferimento praticati sul mercato in materia di Transfer Pricing. 

Il suddetto documento precisa che, al fine di beneficiare della penalty protection, e quindi della disapplicazione delle sanzioni in caso di verifica, la documentazione deve essere composta sia dal masterfile sia dal countryfile. 

Al riguardo, l’Agenzia delle Entrate ha evidenziato come un’importante novità è costituita dalla comunicazione della suddetta documentazione da effettuare entro il 30 novembre. La consegna, infatti, deve avvenire mediante l’impiego di una firma elettronica con marca temporale al fine di cristallizzare la documentazione e far in modo che risulti impossibile effettuare delle successive modificazioni.  

Nel caso in cui non abbia integralmente predisposto la documentazione entro il suddetto termine, nei 90 giorni successivi il contribuente è tenuto ad inoltrare all’Agenzia delle Entrate una documentazione integrativa o sostitutiva di quella inviata in precedenza.  

In tal caso la firma digitale con marca temporale dovrà riferirsi al momento della data di inoltro effettivo della dichiarazione. 

Laddove il contribuente non adempia all’obbligo di comunicazione nelle tempistiche appena descritte e tale violazione non sia stata contestata, potrà effettuare una comunicazione tardiva entro il termine della successiva dichiarazione (30 novembre 2022). 

Nonostante tale remissione in bonis, l’Agenzia delle Entrate nella circolare in questione specifica come questa sia valida solo per quanto riguarda la tardiva comunicazione: pertanto, la firma digitale e la marca elettronica devono comunque essere apposte entro l’ordinario termine di 90 giorni dalla scadenza originaria per la presentazione della dichiarazione. 

In questo modo risultano impossibili recuperi ex post, potendo solo slittare l’onere della comunicazione fino al 30 novembre 2022. È stato inoltre specificato come la firma digitale e la marca elettronica devono essere apposte sul masterfile di gruppo dal rappresentante legale del contribuente anche nel caso in cui la documentazione sia stata predisposta e firmata dal soggetto controllante, diretto o indiretto.  

È chiaro come la disciplina della sottoscrizione elettronica abbia come specifica finalità quella di attribuire una data certa alla documentazione, rendendo la stessa “idonea” alla determinazione dei componenti reddituali.  

Peraltro, l’Agenzia delle Entrate nella circolare evidenzia che nel caso in cui un costo non risulti inerente ab origine, la documentazione non può in alcun modo sanare tale carenza sostanziale.  

Conseguentemente, non può in alcun modo essere impiegata la documentazione transfer pricing relativa alla penalty protection nel caso in cui ci si trovi di fronte a costi non inerenti. 

Un ulteriore profilo rilevante riguarda la documentazione integrativa.  

In questo caso, avendo tale documentazione la finalità di rettificare il valore di libera concorrenza dei prezzi di trasferimento operati dal contribuente, la firma elettronica e la marca temporale devono essere apposte sulla dichiarazione integrativa nel momento in cui la stessa viene inviata.  

Tuttavia, nel caso in cui non sia stato comunicato il possesso di tale documentazione dal principio, il regime della integrativa a sfavore non potrà operare

tax

Gli aiuti de minimis sono soggetti ad una procedura di monitoraggio che impone la collaborazione del contribuente, il quale può regolarizzare la propria posizione mediante la presentazione di una dichiarazione integrativa

L’Agenzia delle Entrate, a partire da gennaio 2022, sta inviando lettere di invito ai contribuenti alla compilazione in dichiarazione del Quadro RS401-2 per i redditi e IS201-2 per l’IRAP in relazione agli aiuti di stato c.d. “de minimis“, fruiti nei precedenti periodi d’imposta. 

Gli aiuti di stato de minimis sono misure di sostegno rivolte alle imprese che non necessitano di preventiva autorizzazione da parte della Commissione europea, trattandosi di aiuti, anche di carattere fiscale, di modesta entità. 

In specie, ciascuna impresa può fruire al massimo, nell’arco di tre anni, di aiuti de minimis per un importo non superiore a 200 mila euro (ad eccezione di alcuni specifici settori produttivi). 

L’eventuale superamento di questa soglia comporta il recupero integrale dell’aiuto, che non potrà essere conservato nemmeno per la parte non eccedente il tetto massimo. 

L’Agenzia delle Entrate, a fini di trasparenza a partire dal 1° luglio 2017, è chiamata a riepilogare gli aiuti de minimis concessi su scala nazionale nel “Registro nazionale degli aiuti di Stato” (consultabile pubblicamente al sito http://www.rna.gov.it), facendovi confluire, mediante un invio massimo di dati nell’esercizio successivo a quello di presentazione della dichiarazione fiscale, gli importi fruiti dai contribuenti e da questi ultimi esposti nella propria dichiarazione. 

Al fine di permettere all’Amministrazione finanziaria di monitorare il corretto rispetto dei limiti quantitativi fissati dalla disciplina europea e di adempiere a tale incombente, le imprese sono chiamate a fornire il dettaglio, in ciascuna dichiarazione annuale, dell’importo totale degli aiuti de minimis eventualmente fruiti in corso d’anno. 

Le irregolarità commesse dal contribuente nella compilazione del Quadro RS401-2 per i redditi e IS201-2 per l’IRAP (ad esempio, mancata compilazione dei predetti campi) potranno essere sanate con ravvedimento operoso.  

Secondo l’Amministrazione finanziaria, la mancata indicazione degli aiuti di Stato nel relativo prospetto della dichiarazione dei redditi comporta le conseguenze previste dall’art. 17 del regolamento istitutivo del Registro nazionale degli aiuti di Stato (D.M. 31 maggio 2017, n. 115).  

Nello specifico tale articolo stabilisce al comma 2 che “l’inadempimento degli obblighi di registrazione previsti dal presente regolamento […] determina l’illegittimità della fruizione dell’aiuto individuale”.  

Non può non essere considerato come questa conseguenza è stata ribadita dal Ministero dell’Economia e delle finanze nell’interrogazione parlamentare n. 5-06180 del 23 giugno 2021, presso la Commissione Finanze della Camera dei Deputati. 

In sostanza, il rischio che il contribuente corre non compilando il rigo RS401-2 per i redditi o il rigo IS201-2 per l’IRAP è quello della revoca del contributo ricevuto. 

In conclusione, ove il contribuente si renda conto di aver usufruito dell’aiuto de minimis in maniera indebita, sarà necessario procedere alla restituzione dell’aiuto, presentando una dichiarazione integrativa e versando all’Erario una somma pari all’aiuto fruito, oltre ad interessi e sanzioni 

ecommerce

Le nuove disposizioni in materia di obblighi IVA per le vendite a distanza di beni introducono un nuovo regime speciale al quale gli operatori possono aderire per usufruire di importanti semplificazioni operative.

A partire dal 1° luglio 2021 trovano attuazione le disposizioni introdotte dal D.Lgs. n. 83/2021 che, recependo le Direttive europee (Direttiva n. 2017/2455 che modifica la Direttiva n. 2006/112/CE e Direttiva n. 2009/132/CE), in materia di ecommerce, introduce importanti semplificazioni degli obblighi IVA per le vendite a distanza di beni. 

Tra le novità introdotte dalla nuova disciplina riveste particolare importanza quella relativa all’istituto della rappresentanza fiscale. 

Ed invero, secondo la normativa previgente le imprese che effettuavano operazioni di e-commerce in ambito transfrontaliero – superate determinate soglie di fatturato – erano tenute ad identificarsi ai fini IVA nello Stato membro in cui era stabilito il consumatore finale del bene, secondo le regole ordinarie in materia. 

Tale assolvimento si mostrava necessario per consentire l’assolvimento dell’IVA nello Stato di destinazione del bene, con la conseguenza che laddove l’operatore si fosse trovato nella condizione di dover effettuare operazioni in Paesi differenti dell’Unione europea, avrebbe dovuto porre in essere tali adempimenti in ciascuno di detti Stati. 

La nuova disciplina introduce importanti semplificazioni proprio al fine di superare le previgenti difficoltà operative, dando la possibilità agli operatori di aderire al regime speciale One stop shop (OSS). 

Si tratta, invero, di un particolare regime opzionale che introduce un sistema europeo di assolvimento dell’IVA centralizzato e digitalenel quale confluirà anche il vecchio regime Mini One Stop Shop (MOSS). 

In particolare, il MOSS consentiva solo a determinati soggetti passivi IVA (ossia soggetti che prestavano servizi di telecomunicazione, tele-radiodiffusione ed elettronici a privati consumatori) di dichiarare e versare l’IVA dovuta in tutti gli Stati membri dell’UE in un unico Stato.  

La nuova disciplina, invece, estende quest’ultimo regime a tutta una serie di operazioni, fra le quali:  

  • le vendite a distanza intracomunitarie di beni effettuate da fornitori o tramite l’uso di un’interfaccia elettronica; 
  • determinate vendite interne di beni facilitate dalle piattaforme on-line. 

Occorre osservare che tra i vantaggi connessi all’adesione al regime OSS vi è la possibilità per l’impresa che vende beni a consumatori finali in tutta l’UE: 

  • di registrarsi elettronicamente ai fini IVA in un unico Stato membro per tutte le operazioni effettuate a favore di acquirenti situati negli altri 26 Stati UE; 
  • di effettuare un’unica dichiarazione elettronica OSS IVA procedendo ad un unico pagamento dell’imposta dovuta su tutte le cessioni di beni. Le dichiarazioni IVA relative alle operazioni effettuate nell’ambito del regime speciale devono, infatti, necessariamente riguardare solo le cessioni realizzate tramite l’OSS.  

Al riguardo, si specifica che le dichiarazioni IVA relative alle suddette operazioni sono trimestrali. 

Resta ferma la facoltà in capo all’operatore di mantenere aperte più partite IVA all’interno di Stati diversi, avendo cura di tenere separati gli adempimenti relativi al nuovo regime speciale. 

Al fine di permettere l’adesione al nuovo regime speciale, a partire dal 1° aprile 2021 l’Agenzia delle Entrate ha predisposto sul sito istituzionale le funzionalità telematiche che consentono ai soggetti passivi di effettuare la registrazione on-line 

In sostanza, il suddetto nuovo regime ha previsto un sistema che determina particolari semplificazioni negli obblighi IVA con riferimento alle vendite a distanza. 

Ciò consentirà a tali soggetti passivi che effettuino operazioni di cessione di beni intracomunitarie e-commerce di semplificare gli adempimenti procedimentali necessari e connessi all’effettuazioni di dette operazioni. 

court

La legge di bilancio per il 2020 ha previsto fondamentali modifiche alla disciplina del Credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo.
Per il 2020 e per le annualità successive il credito per le attività di Ricerca e Sviluppo cambia veste: varia in ragione della tipologia di attività svolta dall’impresa (ad esempio, l’incentivo si estende alle attività legate a innovazione e design), non viene più calcolato sulla spesa incrementale, ma sul valore assoluto della spesa e cambiano le aliquote.
Inoltre è prevista una maggiorazione per attività di innovazione legate a Industria 4.0 e progetti Green.
Queste le aliquote, che variano in ragione dell’attività espletata:

  • Ricerca e sviluppo: il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 12%, nel limite massimo di 3 milioni di euro per periodo d’imposta.
  • Design e ideazione estetica: il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 6% nel limite massimo di 1,5 milioni di euro per periodo d’imposta.
  • Innovazione tecnologica: il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 6%, nel limite massimo di 1,5 milioni di euro per periodo d’imposta.
  • Maggiorazione dell’aliquota del credito d’imposta dal 6% al 10% per le attività di innovazione tecnologica che puntano a realizzare processi o prodotti con finalità di innovazione digitale
    4.0 oppure ecologiche. Il tetto fissato per questo ulteriore punto
    del credito d’imposta è di 1,5 milioni di euro.

La legge di bilancio 2021 ha ulteriormente modificato le aliquote agevolative a valere sulle attività svolte a partire dal periodo d’imposta 2021, nei seguenti termini:

  • Ricerca e sviluppo: il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 20%, nel limite massimo di 4 milioni di euro per periodo d’imposta.
  • Design e ideazione estetica: il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 10% nel limite massimo di 2 milioni di euro per periodo d’imposta.
  • Innovazione tecnologica: il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 10%, nel limite massimo di 2 milioni di euro per periodo d’imposta.
  • Innovazione 4.0 e green: il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 15%, nel limite massimo di 2 milioni di euro per periodo d’imposta.

Per le sole attività di ricerca e sviluppo agevolabili (n. 1) svolte da imprese site nelle Regioni del Sud (Campania, Molise, Puglia, Sicilia, Calabria, Basilicata, Sardegna) ovvero nelle Regioni colpite dal sisma del 2016 (Lazio, Marche, Umbria), il credito d’imposta è riconosciuto fino al 2022, in misura pari al:

  • 25% per le grandi imprese;
  • 35% per le medie imprese;
  • 45% per le piccole imprese.
Via Tirso, 26 / 00198 Roma
+39 06 32 42 427
Piazza Duomo, 17 / 20121 Milano
+39 02 80 50 06 84

Follow us:

INFO

2021 © Palma Boria Società tra Avvocati S.r.l. – Studio Legale e Tributario

P.Iva e Cod. Fisc. 14503921000